L’Haka nel rugby: un simbolo di arroganza?

Os All Blacks -seleção da Nova Zelândia - realiza o tra_dicional Haka espécie de grito de guerra herdado do ritual _maori, povo nativo daquele país_.jpgCi fu un tempo in cui si trattava realmente di uno spettacolo, di una rappresentazione, apprezzata da bambini e adulti, allo stadio tanto quanto in televisione. Questo rituale ritardava certamente il fischio d’inizio, ma aveva una sua ragion d’essere. Oggi, l’Haka, la danza tipica del popolo Maori (l’etnia originaria della Nuova Zelanda) è profondamente cambiata.

Gli All Blacks – la squadra che rappresenta la Nuova Zelanda nel rugby a 15 in ambito internazionale – sono stati, nelle ultime settimane, attaccati in diversi Paesi nei quali il rugby è sport di massa: vengono accusati apertamente di avere, nell’Haka, un’arma e uno strumento della peggior specie d’arroganza sportiva. Ci si chiede se i Maori non pensino che la loro tradizione sia stata vittima di una deviazione, anche perché – secondo l’accusa – simbolicamente l’Haka sfiora, a volte, l’incitazione all’omicidio, nello specifico, dicono, nella versione – ve ne sono diverse – in cui la danza finisce con il gesto espressivo di troncare la gola agli avversari.

NZ_Haka_-Sutorius_Aimee_141008D-7287_(Large).JPGLe critiche si moltiplicano. Un recente commentatore sportivo inglese ha definito l’Haka “una pazzia politicamente corretta”, una “cinica messa in scena”. Un altro non ci vede che “uno scherzo di cattivo gusto”.

Questa la situazione prima del maldestro intervento dell’International Rugby Board (IRB), che, in occasione dell’ultima Coppa del mondo di rugby femminile (organizzata in Inghilterra dal 20 agosto al 5 settembre 2010), quando il team australiano  delle Wallaroos aveva fatto alcuni timidi passi verso gli avversari neozelandesi delle Black Ferns che si impegnavano nell’esecuzione dell’Haka, aveva applicato alle australiane, dopo l’incontro, una multa di 1.000 sterline (1.140 euro).

Per quale ragione? Apparentemente, alcuni protocolli dell’IRB (mai resi pubblici) precisano che i giocatori in campo che assistono all’Haka devono restare distanti almeno 10 metri dai neozelandesi e non avanzare verso di loro. Sono molti a pensare che, pur se non dichiarato precisamente, il messaggio che sembra trasparire sia quasi “stendetevi a terra e fatevi pestare dai Blacks”.

Dopo questo incidente, Mike Miller, responsabile esecutivo dell’IRB, ha dichiarato: “L’Haka fa parte delle tradizioni del rugby. Se altri vogliono organizzare qualcosa, non una risposta, non una danza guerriera, ma un modo culturale o tradizionale di generare questo spirito di gruppo, che lo facciano! Dovrebbero poterlo fare. E noi creeremmo per loro lo spazio necessario. Sarebbe un vero peccato, invece,” – ha proseguito – “se la gente pensasse che sia meglio eliminarla, o considerasse necessario rispondere alla danza Maori in un modo né degno né imponente”.

All-Blacks-do-an-indoor-Haka-in-2006_1370785.jpgTuttavia le controparti sostengono che Miller sia in errore su due punti.

Innanzitutto, secondo loro, l’Haka è, generalmente, un richiamo alla guerra, quindi, se Miller non vuole che ci siano reazioni, non dovrebbe consentire che fosse lanciata una sfida.

In secondo luogo, proseguono, sono già molti anni che l’Haka degli All Blacks non ha più nulla a vedere con la dignità, ricordando che i giocatori neozelandesi hanno forse raggiunto la soglia del ridicolo nel Millennium Stadium di Cardiff, il 25 novembre 2006 (contro il Galles, per la cronaca: il risultato finale della partita fu di Galles 10, Nuova Zelanda 45). In molti, dopo questo caso, si chiesero se l’Haka non avesse perso l’allure culturale, ma fosse soltanto diventata uno strumento di guerra psicologica, di cui gli allenatori sono così avidi. La federazione gallese del rugby (Welsh Rugby Union, WRU) aveva allora “coraggiosamente” difeso il suo terreno: non aveva proibito l’Haka ma aveva annunciato che avrebbe preceduto l’inno nazionale gallese, prima della partita.

Nel 99% dei casi, l’inno nazionale del paese ospitante chiude la cerimonia d’apertura degli incontri. Tuttavia i neozelandesi vissero questa richiesta come un’offesa, rifiutandosi di fare l’Haka pubblicamente. Avevano, in seguito, invitato una troupe televisiva nei loro spogliatoi, riservandogli la loro performance e diffondendone poi il video. Non paghi, avevano denunciato questo come un grave insulto alla loro nazione, senza tuttavia fare alcun riferimento all’offesa fatta ai gallesi e al loro inno nazionale.

Se da un lato i Kiwi hanno tentato di enunciare tutta una serie di regole, non scritte, sul modo di eseguire l’Haka, dall’altro queste regole hanno il vantaggio di cambiare costantemente: un giorno si rallegrano nel vedere i loro avversari avanzare verso loro (situazione frequente quando nell’altro versante del campo da gioco si trovano squadre come Samoa o Tonga), il giorno dopo, invece, lo considerano un insulto.

4369492_600x400.jpgNel 2008, due anni dopo che la WRU ebbe l’audacia di voler dare la precedenza al proprio inno nazionale nel proprio stadio, i giocatori gallesi cambiarono tattica. Dopo la Haka, restarono immobili, fissando gli avversari. Gli All Blacks si lamentarono ancora una volta, pronti a sfidare i loro avversari ma non vederli raccogliere la sfida.

Situazione analoga il 14 novembre 2009, allo stadio Meazza di Milano, dove la nazionale italiana, guidata dal capitano Sergio Parisse – e con il supporto sugli spalti di oltre 80.000 sostenitori – affronta i Black neozelandesi, durante e dopo l’esecuzione della Haka, rimanendo ferma e compatta davanti a loro, raccogliendo pienamente la sfida. In questo caso, nessuno gridò allo scandalo, probamente perché per molti degli spettatori italiani si trattava solo di assistere a una tradizione e ad una partita di sano rugby. Sempre per la cronaca, gli Azzurri del rugby si batterono, in quell’occasione, come orgogliosi leoni finendo per perdere con grande dignità il match per 20-6.

Certamente se gli All Blacks continueranno a fare affidamento sulla teoria che la contestata danza sia “il modo in cui tradizionalmente affrontiamo e salutiamo i nostri nemici”, potrebbe succedere, uno di questi giorni, che altri giocatori possano applicare un approccio analogo. Ad esempio i giocatori della nazionale scozzese potrebbero, come da tradizione, affrontare i nemici in battaglia prima sollevando il kilt ed esponendo i propri “attributi maschili”, mostrando poi, subito dopo, il loro “lato B”, così da denigrarli ed intimorirli.

L’IRB deve difendere gli interessi di tutto il rugby. È semplicemente rivoltante imporre un’ammenda alle giocatrici australiane che hanno “osato” avanzare verso le avversarie durante la Haka quando quest’ultima dovrebbe solo impressionarle.

Esistono molte varianti di Haka. I mass media servono, a volte, allettanti bocconcini, come se il pubblico fremesse di eccitazione all’idea di scoprire quale versione gli All Blacks presenteranno l’incontro successivo. Che cosa succederebbe ai Blacks il giorno in cui gli fosse imposto di non eseguire l’Haka prima di ogni partita? Perderebbero carisma o qualità di gioco? O meglio, sarebbe altrettanto divertente per spettatori, avversari ed amanti del rugby assistere ad una partita senza ascoltare il suono ed osservare incantati i compassati movimenti della danza di guerra?

article-1087272-02854C20000005DC-256_468x296_popup.jpgPer me, ad esempio, che amo il rugby e ci gioco da una vita, l’Haka non è altro che una forma di passione, espressa con mani, piedi, gambe, corpo, voce, lingua, occhi… l’esternazione del sentimento interiore del giocatore che la esegue e l’intento sinergico di ogni singolo individuo di portare a compimento una sfida insieme. Credo che sia che si tratti di benvenuto, di esultanza o di disprezzo, con i movimenti e con le parole della Haka si da un saggio della propria potenza e del proprio coraggio. È un’espressione al contempo disciplinata e dirompentemente emozionale.

Nella cultura Maori, l’Haka non è solo una danza di guerra o un rito di intimidazione, come viene spesso erroneamente considerata, ma può anche essere una manifestazione di gioia, di dolore, una modalità di espressione personale che lascia a chi la esegue momenti di libertà nei movimenti.

L’Haka rimane, per me, un rituale notevole ed impressionante, che simbolicamente si ricollega, in ogni emisfero, sempre, allo spirito agonistico e alle sfide del rugby.


All Blacks vs Manu Samoa (Haka)
Caricato da LuisB.

Approfondimento

Info: La Haka Wikipedia powered by Virgilio

Scritto: da Luis Batista


 

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L’Haka nel rugby: un simbolo di arroganza?ultima modifica: 2010-12-10T16:45:00+00:00da bellefotoblog
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