Grecia: il vero deficit dell’Europa è sociale, non economico

003x.jpgOccorre senza dubbio, anche se ancora c’è molto da fare, lodare l’azione delle innumerevoli persone che, negli ambienti politici ed economici, cercano di cambiare, in nome del bene pubblico europeo, la meccanica internazionale di distruzione di questo stesso bene pubblico perpetuata dagli speculatori finanziari che operano con, a oggi, totale disinvoltura nei mercati. Gli speculatori che stanno attaccando la Grecia, prima di spostare le loro attenzioni verso il Portogallo, la Spagna, e, forse presto, l’Irlanda, la Francia e non da escludere l’Italia, probabilmente non hanno intenzione di limitare la propria offensiva ai singoli paesi ma attaccheranno in futuro pesantemente anche l’euro. Bisogna apprezzare e dare il giusto valore anche alle affermazioni, espresse pubblicamente, in diversi Stati membri, da politici e professionisti d’inattaccabile autorevolezza, che esprimono la forte convinzione che nessun paese dell’Unione europea possa uscire da solo dall’attuale crisi finanziaria innescata ad arte nel già debole mercato ellenico.

focusAllemagneGERMANY.jpgOccorre però, anche essere realistici. La sociologia ci insegna ad individuare alcuni aspetti presenti nella crisi che colpisce l’Unione. La crisi attuale è economica, monetaria e finanziaria soltanto in superficie. Il problema basilare è sicuramente da cercare altrove. In tale crisi ha sicuramente un peso determinante l’assenza di uno spazio di discussione tra i popoli dell’Unione europea a proposito della solidarietà. È facile “sbandierare” il presunto populismo della stampa tedesca. Tuttavia è legittimo che un lavoratore tedesco venga ascoltato e riceva adeguati chiarimenti dal suo Governo quando chiede se i prestiti che il suo paese dovrebbe sostenere per aiutare un altro paese dell’Unione siano allineati al concetto di giustizia sociale nazionale. È anche legittimo l’atteggiamento di questo lavoratore quando, tra l’altro, scopre il divario esistente, tra il sistema pensionistico, iniziando proprio dall’età pensionabile, del suo paese, e quello greco, italiano, spagnolo, francese, ecc. Per aiutare la Grecia, i cittadini del Lussemburgo, contribuiscono con oltre 400 euro a testa, seguiti dai Paesi Bassi e l’Irlanda, ciascuno con 290 euro, e quelli tedeschi con circa 275 euro. L’Italia contribuisce con 5,5 miliardi di euro divisi per i 60 milioni di italiani. Quindi per il nostro paese salvare la Grecia significa spendere fino a 92 euro a testa.

42-24541675.jpgQuando parliamo della “crisi greca” in realtà stiamo parlando della “crisi dell’Europa sociale″ e preferiamo utilizzare questa seconda definizione perché presenta un vantaggio paradossale: politicizza pesantemente, in scala europea, le questioni della giustizia sociale, facendole uscire dall’ambito puramente nazionale. Da questo punto di vista, gli eventi attuali vengono ad aggiungersi ai dibattiti iniziati in occasione del referendum irlandese e della direttiva Servizi del 2004, detta “Bolkestein”. Gradualmente, le sfide della solidarietà e della protezione sociale compaiono sulla piazza pubblica, anche se timidamente. Il problema è che questo spazio pubblico, che il filosofo, storico e sociologo tedesco Jürgen Habermas identifica con il termine Öffentlichkeit, è frammentato dalle lingue nazionali. I pochi dibattiti autenticamente sopranazionali avvengono quasi esclusivamente attraverso l’utilizzo della lingua inglese e sono quindi assolutamente limitati. Tuttavia, anche in questo scenario si può vedere un aumento dei confronti e dei dibattiti, quindi un progresso, anche se le comunicazioni tra tedeschi, greci, italiani, francesi e spagnoli avvengano principalmente tramite i mass media che nel tradurre quanto detto, spesso finiscono nel presentare una “caricatura” del punto di vista “altrui”.

simaies_ee_2-2-thumb-large.jpgLa grande nuvola grigia che avvolge i cieli europei e che genera l’attuale crisi ha origini in un dibattito, mai condotto approfonditamente, sulla possibilità di una solidarietà tra tutti i popoli dell’Unione europea (non tra le banche o le elite intellettuali e politiche, ma tra i comuni cittadini europei) e su quelle determinanti che favorirebbero o che attualmente ostacolano tale processo. Tale dibattito, come anche suggerito dalle immaginabili risposte alle seguenti domande, dovrebbe concentrarsi principalmente su temi politici e sociali e secondariamente economici. Perché infatti oggi, noi, italiani, francesi o tedeschi, lasciamo gli spagnoli o gli Irlandesi districarsi da soli nelle conseguenze drastiche della crisi economica? Perchè Jean-Claude Trichet, alla testa della banca centrale europea, considera “umiliante” che si proponga il ricorso al FMI, quando questo stesso ricorso, in favore della Lettonia, della Romania e dell’Ungheria, non scatenò in lui la minima traccia “di umiliazione”? Quale italiano si preoccupa di pagare le pensioni dei tedeschi o dei lettoni? Perché l’età per andare in pensione è un affare nazionale? Perché il reddito minimo universale in Europa è una chimera pericolosa? Perché la protezione sociale degli immigranti stranieri è un argomento bollente in tutti gli stati membri dell’Unione? È ancora lunga la marcia verso l’Europa sociale.

Tutti questi punti convergono verso una questione fondamentale, quella “delle frontiere della solidarietà”. Fino ad oggi non si è riusciti ad affrontare in modo migliore l’organizzazione della solidarietà e del consenso e temi quali quello della giustizia sociale, rimangono ancora da approfondire, sia a livello nazionale che internazionale. La questione è più che mai attuale e rappresenta il cuore del dibattito sulla situazione della Grecia. Lo dimostra il confronto trans europeo scaturito, anche se è ancora strettamente segmentato e debole. Non sarà facile trovare una soluzione, ma è importante che il dialogo continui.

010x.jpgIl modo in cui gli economisti ed i giornalisti discutono sull’opportunità dei prestiti alla Grecia, come noi tutti peraltro, in quanto cittadini, è sintomatico delle basi politiche, morali ed insieme culturali del problema. In modo dominante, il discorso è, infatti, morale e punitivo: “i greci” – come se rappresentassero un’entità omogenea -, si dice, “hanno truffato”, occorre punirli. “Hanno vissuto sopra i loro mezzi”, “hanno approfittato”. D’altra parte, i giudizi morali sono stati applicati anche alla Germania: la Germania, sostiene da molti anni il sociologo Ulrich Beck, è ripiegata su sé stessa e dovrebbe mettersi in testa “l’imperativo cosmopolitico”. I paesi europei dovrebbero abbandonare “il nazionalismo reciproco”. Questi giudizi morali restano vani se non portano alla precisazione delle condizioni necessarie per un superamento delle barriere nazionali. Sono queste condizioni, che sono indistintamente politiche e culturali, che occorre immaginare, se si vuole prendere seriamente in considerazione la questione, invece di trattare concetti profetici vuoti.

“Un’opera a lungo termine”

5cc1274cb453c43ad7c778f7ec09-grande.jpgGli innumerevoli cittadini d’Europa che pensano ancora – giustamente, secondo me – che la costruzione europea sia un progetto che ha futuro, sanno che si tratta di un’opera a lungo termine. Sanno anche che ci sono tanti punti deboli e problemi da affrontare e che è giunto il tempo di approfondire il dibattito su una cooperazione e interconnessione più forte dei sistemi di protezione sociale nell’Unione. Tutti quelli che si mobilitano, comunicando in molte lingue, lo fanno cercando d’individuare le differenze fra i vari cittadini europei, consapevoli dell’indispensabile pazienza e serietà che occorrono quando si dialoga con interlocutori di una cultura socio-politica diversa dalla propria. La solidarietà è un’opera a lungo termine, molto più difficile dell’euro, che non è già un progetto facile, come dimostra la tempesta finanziaria di questi giorni.

Certamente, queste considerazioni sociologiche appariranno a tanti come di debole portata a breve termine: l’urgenza risiede nell’estinzione immediata dell’incendio dei mercati finanziari al quale lavorano responsabili politici ed esperti economisti. Ma è sempre bene ricordare che l’economia ha anche basi politiche e culturali, che non dovrebbero restare ignorate dalle elite politiche ed economiche che governano. Gli economisti ed i politici non possono sperare di superare le difficoltà, che non smetteranno di porsi, anche dopo che “la Grecia sarà stata temporaneamente salvata”, in particolare grazie al FMI. La Commissione europea ed il suo presidente, piuttosto che continuare ad intonare un discorso vuoto “sulla solidarietà europea”, piuttosto che sprecare il denaro dei contribuenti europei “in comunicazione politica”, alla quale nessuno crede, dovrebbero affrontare il problema alla radice, ossia occuparsi della questione del ravvicinamento delle culture.

skepseis_73088.jpgIn primo piano, dovrebbe essere posta l’europeizzazione autentica e profonda dell’istruzione. Non soltanto sotto forma dell’apprendistato di un inglese internazionale senza contenuto rilevante, ma anche sotto forma della promozione attiva del multilinguismo e degli scambi tra i popoli. Lo studio reciproco delle storie e culture dei nostri paesi, dovrebbe avvenire fin dalla più giovane età, magari con la creazione di un manuale di storia europea distribuito nelle scuole e fino all’università. E questo sforzo, queste politiche culturali europee di cui si misura oggi l’assenza crudele, dovrebbero essere rivolte a tutti i concittadini dell’Unione, compreso quelli che hanno difficoltà economiche, o quelli poco dotati di risorse tecnologiche. Bisogna investire sull’istruzione e sugli scambi culturali, per migliorare le condizioni di vita, le opportunità di tutti i cittadini europei.

Molti concittadini, condannati all’immobilità anche o esclusivamente dalla diseguaglianza palese delle proprie risorse non hanno approfittato e non stanno approfittando dell’euro: non hanno viaggiato e non viaggiano. Fra questi i greci che pagano oggi le spese di una gestione collettiva difettosa e disaggregata (presto anche noi probabilmente inizieremo a pagare). Pagano e pagherà l’intera Unione europea, l’errore di quei paesi e di quei concittadini che non hanno approfittato di nessuna delle quattro famose “libertà fondamentali di circolazione”: il movimento delle merci, delle persone, dei capitali e dei servizi.

Scritto: da LuisB



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Grecia: il vero deficit dell’Europa è sociale, non economicoultima modifica: 2010-05-17T00:05:00+00:00da bellefotoblog
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