Il trattato di Lisbona: un giorno fondamentale nella storia europea

1063100540.jpgIl 1° dicembre 2009 rappresenta una pietra miliare nel percorso della storia europea e sarà vissuto da molti come un momento di grande emozione: è il giorno, infatti, dell’entrata in vigore del trattato istituzionale, che fornisce al continente europeo unificato il suo primo testo istituzionale completo. Evito la parola “costituzionale” in modo specifico e per una semplice precauzione formale: il testo di un trattato istituzionale si distingue da quello di un trattato costituzionale soltanto per via di alcune sottigliezze grammaticali e per una diversa presentazione “estetica”. Ma, nella sostanza, è un progetto identico, del quale è opportuno raccontare la lunga storia.

42-23447533.jpgTutto è cominciato dieci anni fa, a Laeken, Belgio. Il primo ministro belga, allora presidente del consiglio europeo, Guy Verhofstadt, prese l’iniziativa di riunire un Comitato cui fu affidato l’incarico di redigere un documento – la dichiarazione di Laeken – nel quale fossero “registrati” i mali di cui soffriva il meccanismo alla base del funzionamento dell’Unione europea e che, quindi, proponesse rimedi atti a guarirli. Il documento redatto, tra le altre cose, proponeva la convocazione di una convenzione europea incaricata di redigere un nuovo trattato, aprendo, così, la via alla stesura di “una costituzione per l’Europa”. Questa convenzione si è riunita nel 2002 e nel 2003 giungendo, alla fine, ad un accordo su un testo che il 29 ottobre 2004, a Roma, è stato approvato all’unanimità da tutti i capi di stato e di governo dell’Europa – Germania, Francia e Gran Bretagna comprese.

Essere riconoscenti non fa parte delle virtù politiche, ne sono consapevole, tuttavia occorre sicuramente ringraziare tutti coloro che hanno partecipato alle diverse convenzioni per il notevole lavoro svolto. Essi hanno, infatti, elaborato un testo – approvato quasi all’unanimità – che contiene, in una prima parte, tutte le disposizioni che potrebbero consentire all’Europa composta da 27 stati membri di funzionare efficacemente, e di affermarsi, in un’epoca dei grandi insiemi, come “un’Europa unica e  centralizzata”: elezione del presidente stabile del Consiglio europeo; nomina di un ministro degli esteri dell’Unione; definizione rigorosa e restrittiva delle competenze dell’Unione rispetto ai singoli stati; riduzione del numero delle aree nella quale è richiesta l’unanimità; adozione di un sistema di voto a doppia maggioranza qualificata; attribuzione al Parlamento europeo delle competenze che normalmente spettano ad un Parlamento; controllo da parte dei singoli Parlamenti nazionali del rispetto del principio di sussidiarietà.

42-19330472.jpgE, soprattutto, il testo definisce chiaramente la natura di questa “un’Europa unica e  centralizzata”: un’unione di stati che conservano ciascuno la propria identità, ma che attribuiscono all’Unione alcune specifiche competenze (commercio internazionale, concorrenza, politica monetaria, spazio giudiziario europeo, politica estera e sicurezza comune) che vengono di conseguenza esercitate in modo federale su tutto il territorio comunitario.

Tutti questi concetti devono essere accreditati al lavoro svolto nelle convenzioni e sono stati così apprezzati da essere poi ripresi, parola per parola, nel trattato istituzionale, nel quale si riscontrano alcune modifiche secondarie, come il prolungamento del termine che permette ai Parlamenti nazionali di pronunciarsi sulla complementarietà, o l’aggiunta di un protocollo sui servizi pubblici.

Purtroppo, però, il documento redatto dai giuristi non soltanto trascura le semplificazioni linguistiche finalizzate a rendere le procedure europee più comprensibili ai cittadini, ad esempio, sostituendo le parole “direttiva” e “regolamento” con “legge” e “legge quadro”, ma dimentica, in modo sorprendente, i simboli dell’Unione (bandiera, inno e valuta).

Lo slancio che ha contraddistinto i primi passi di questa “Europa unica e centralizzata” non si è purtroppo ritrovato nel “passo bizantino” che ha condotto (senza alcuna trasparenza) alla messa a punto del trattato di Lisbona, fortemente scosso, tra l’altro, dall’infelice “no” dei francesi nel referendum del 2005. Il trattato istituzionale di Lisbona, comunque, è entrato in vigore martedì 1° dicembre 2009, aprendo così una nuova era. Questo testo sarà quello cui fare riferimento, non c’è un testo istituzionale anteriore.

Tuttavia è lecito chiedersi se quest’ultimo porterà i miglioramenti – il “grande cambiamento” – che molti europei si aspettano…

42-19321855.jpgÈ lecito avere dubbi, soprattutto di fronte all’assenza di entusiasmo e all’indifferenza dell’opinione pubblica europea, preoccupata più degli scandali di gossip nazionali o della sorte di qualche giocatore di calcio che dalla scelta dei nuovi dirigenti dell’Unione. Tuttavia il giudizio deve rimanere moderato: la cassa degli attrezzi è pronta e sarà disponibile il giorno in cui i dirigenti europei avranno la volontà politica di farne uso.

Ma, di fatto, cosa è successo? Il trattato d’Unione, adottato nel 1991 e battezzato “Trattato di Maastricht”, conteneva cose eccellenti: la definizione di “un’unione sempre più stretta”, l’adozione di una politica estera comune, la scelta di una politica di sicurezza europea che può arrivare fino alla difesa comune e, infine, l’introduzione dell’euro. A parte l’euro, che è ormai cemento indistruttibile dell’unità del continente europeo, le altre politiche non sono state mai sviluppate. E le ragioni sono facilmente intuibili essendo gli strumenti istituzionali disponibili poco adatti… e poi come rendere credibile e solida una politica estera o di difesa comune, quando il presidente del consiglio europeo cambia ogni sei mesi?

Il periodo, inoltre, è stato segnato da divergenze profonde a proposito della guerra in Iraq e l’attenzione dei dirigenti è stata in gran parte assorbita dai problemi del “grande allargamento”. Inoltre, nella maggior parte degli Stati membri, compresi i paesi fondatori, si è osservato con l’occasione il ritorno a pratiche di politica estera più mirate a tutelare gli interessi nazionali che non quelli dell’Unione.

In breve: diciotto anni dopo il Trattato di Maastricht, che ne ha sancito l’unione, l’Europa non sembra minimamente vicina agli obiettivi prefissati. Può invocare, a parziale giustificazione, l’assenza dei mezzi necessari, ma ora che il Trattato di Lisbona li ha resi disponibili, avrà la volontà politica di servirsene? Troverà il percorso che la potrà condurre allo stadio di “Europa-potenza”, o si accontenterà del comodo – ma poco ambizioso – “Europa-spazio”?

È ragionevole pensare che sarà necessario attraversare un periodo di transizione, prima che possa nuovamente emergere il grande progetto d’integrazione europea.

42-19331005.jpg“L’elezione” dei nuovi dirigenti europei conferma il carattere di transizione. Qualsiasi elezione ha bisogno di un codice che ne definisca le regole: avvisi di candidature, criteri di designazione, durata e svolgimento della campagna, elementi del programma, udienza da parte del Consiglio Europeo… Senza mettere in discussione la qualità delle persone – il nuovo presidente gode di un’eccellente reputazione nel suo paese – è necessario, purtroppo, prendere atto che “l’elezione” del primo presidente del consiglio europeo è stata effettuata senza regole precise e definite e nella più totale assenza di trasparenza.

È interessante osservare che si è passati da una tipologia di presidente “a dimensione internazionale” (come potevano essere considerati, ad esempio Tony Blair o Felipe Gonzalez) ad un “presidente conciliatore”, senza che ci sia stata alcuna discussione in merito o che sia stata data alcuna spiegazione a riguardo.

Il continente che ha visto nascere dal suo suolo l’ideale democratico, sembra essersi allontanato dalla sua fonte.

Due diverse concezioni dell’UE

1224255886295_1.jpgQuesta transizione durerà, a mio parere, non meno di dieci-quindici anni, cioè due o tre mandati di dirigenti europei. E per tutto questo periodo il dibattito tra le due diverse “concezioni” proseguirà sicuramente, dibattito che non è stato affatto risolto dal trattato di Lisbona, almeno fino a quando non si inizieranno ad utilizzare i mezzi che esso prevede.

1. – La prima concezione è quella progettata dai padri fondatori e riportata nel trattato costituzionale. Prevede un’Unione di stati che gestiscono in comune un “ramo federale” e fa dell’Unione europea “un’entità politica originale”, sulla scala delle grandi potenze mondiali. In questo scenario, il funzionamento del dispositivo si adatterà gradualmente a questo concetto: il presidente del consiglio europeo si posiziona al di sopra dei membri del Consiglio, diventa l’immagine mediatica dell’Unione. La Commissione, ristrutturata per evitare invasioni burocratiche, gestisce le competenze esclusive dell’Unione e supervisiona le competenze condivise. Gli Stati membri, invece, esercitano in sovranità le competenze non attribuibili all’Unione. La Commissione interviene negli affari esteri, solo attraverso la sola voce del suo vicepresidente, il ministro degli esteri, che diviene così membro del Consiglio europeo, da cui riceve le direttive. Il voto a doppia maggioranza permette di sfuggire al gioco del veto.

2. – La seconda concezione, che ha il favore di Gran Bretagna, dei paesi scandinavi e di alcuni stati d’Europa centrale, deriva dal vecchio progetto di “zona di libero scambio”. Il fine è quello di stabilire una grande zona di commercio libero, aperta sull’esterno e coperta politicamente da istituzioni di tipo confederale: un Consiglio – che serve da piattaforma di concertazione – dove il metodo principale di decisione resta quello dell’unanimità. Un presidente del Consiglio Europeo che si posiziona allo stesso livello dei suoi membri ed il cui ruolo è principalmente quello di conciliatore, con il fine di ridurre le tensioni interne al Consiglio stesso.

L’immagine esterna dell’Unione è fortemente influenzata dalla Commissione, e soprattutto dalle diplomazie dei grandi Stati membri: Germania, Francia, e Gran Bretagna, che mantengono tutte le loro attività e la loro influenza. La percezione esterna dell’Unione resta quella di un mercato unico ma con una debole identità politica.

Nelle ultime nomine si osserva uno slittamento verso posizioni più vicine alla prospettiva della confederazione europea (la seconda concezione): un presidente scelto come mediatore in seno al Consiglio, poco o nulla in termini di politica estera comune espressa da una voce europea autorevole. Ma gli strumenti definiti nel Trattato di Lisbona sarebbero perfettamente in grado di consentire all’Europa “federale” di funzionare.

42-23885906.jpgChi vincerà alla fine? A rischio di essere imprudente esporrò le mie previsioni. Questa transizione sarà sicuramente segnata da due crisi: quella causata dal cambiamento politico in Gran Bretagna con l’arrivo al potere degli euroscettici – che rifiuteranno ogni progresso di integrazione europea – e quella messa in atto dal dibattito sull’entrata della Turchia nell’Unione europea. Alla fine la voce più forte che si farà sentire sarà quella della necessità. L’Europa ha bisogno di affermare la sua potenza trasformandosi in un’entità politica capace non solo di proteggere i suoi interessi, ma anche di difendere i suoi valori e garantire, nel futuro, la tutela e lo sviluppo del suo eccezionale patrimonio culturale, religioso e filosofico.

E allora, in modo automatico, le mani si muoveranno da sole per cercare, “nella scatola degli attrezzi” gli strumenti che vi sono stati depositati martedì 1° dicembre 2009.

Scritto: da LuisB





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Il trattato di Lisbona: un giorno fondamentale nella storia europeaultima modifica: 2009-12-23T14:33:00+00:00da bellefotoblog
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